Anna Cappelli | C&C Company, 2016

Recensione

D. Corpo e Cultura, 012 United Colors of the End e la Trilogia del dolore, come si legano nella vostra ricerca con il testo di Annibale Ruccello?

D. Casalinghe perfette e steccati bianchi. La metafora degli anni 60 – attraverso le musiche e le pubblicità del tempo – con la sponsorizzazione di una vita perfetta, quanto incide oggi, nonostante l’emancipazione e l’indipendenza, nell’immaginario delle donne e non solo?

D. La scacchiera. Quali sono in Anna gli opposti che si scontrano?

D. Il Corpo inverso. Nella tua versione di Anna il corpo in scena produce un corto circuito doppio: Un maschio che interpreta un ruolo femminile e un corpo che quando smette di parlare, dalla statura eretta, si incurva, perde sicurezza e forza. Le parole in Anna sono inversamente proporzionali al linguaggio muto del corpo? E il desiderio di un corpo altro “solo mio” può essere prerogativa anche della natura maschile, per demagogia considerata cacciatrice?

R. L’idea, molto dibattuta in fase creativa, è di affidare (non senza rischi) una psicologia e movenze femminili ad un corpo maschile, questo non per andare a ridicolizzare un personaggio o voler giocare sul travestitismo, ma per incidere ulteriormente sull’universalità della tematica e lavorare con una forza e corporatura fisica che si contrapponga fortemente al testo brillante e fintamente superficiale di Ruccello; al corpo viene affidata la responsabilità di raccontare l’interiore, il marcio, il tumore, la nube nera che lentamente si propaga in Anna, fino a rendercela temibile Mostro. In netta contrapposizione è invece l’esposizione testuale, giocata su una ritmica vivace, brillante, quotidiana, ma a tratti infestata e posseduta da quest’anima nera ogni qualvolta si senta minacciata o defraudata da qualcuno/qualcosa. Ricordiamo che nei capolavori Ruccelliani vediamo spesso figure en travestì e che lui per primo trovava le stesse a cardine delle sue storie come se questa femminilità in un corpo di uomo potesse acquisire maggiore forza espressiva proprio per il punto di vista che l’attore può esprimere analizzando dall’esterno una psicologia a lui lontana. Come già citato, credo comunque che l’istinto di possessione sia una prerogativa che accompagna l’essere umano indifferentemente dalla sua natura, sessualità, appartenenza…e purtroppo ci viene quotidianamente dimostrato da atti di abusi, violenze, guerre…

​D. Mangiare l’amore, in Anna è dolore o possessione?

D. La voce. Le sfumature tonali che usi mirano a sottolineare un desiderio d’amore legittimo che si fa patologia, segnando anche i movimenti del corpo. Perché pur inseguendo la normalità, Anna e molti come lei, oggi devono essere anticonformisti per definizione?


Per un Teatro Contemporaneo
Officine CAOS 2 – 3 dicembre 2016
C&C Company
Anna Cappelli

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