Queer
Imparerai a conoscere le principali autrici e autori, le teorie fondamentali, le lotte per i diritti civili e le trasformazioni culturali che hanno plasmato la società di oggi. Un testo che spiega concetti complessi in modo accessibile, senza rinunciare alla profondità e alla storia delle idee. Perfetto per adolescenti curiosi, studenti e chiunque voglia orientarsi nel mondo delle identità di genere e della sessualità con consapevolezza e autonomia di pensiero.
Scopri una guida unica per comprendere il genere, la sessualità e le relazioni di potere nella storia, nella società e nella cultura. Dalla nascita delle teorie sul genere nell’Ottocento, attraverso la psicanalisi e l’etnografia del Novecento, fino alle riflessioni contemporanee sul femminismo, il queer e le identità fluide: questo libro ti accompagna in un percorso chiaro e diretto, pensato per chi vuole capire senza pregiudizi.
Queer e Arte






Queer e Arte attraversa la storia dell’arte contemporanea dagli anni Sessanta agli anni Duemila seguendo il progressivo emergere del corpo, del desiderio, della marginalità e della trasgressione come strumenti di ricerca artistica e di critica culturale.
Il percorso prende avvio con Sotto il bello, interrogando ciò che si nasconde dietro l’idea di bellezza e mettendo in discussione le categorie estetiche attraverso le quali la cultura occidentale ha definito ciò che è bello, accettabile e degno di essere rappresentato. Ciò che viene escluso, deformato, marginalizzato o considerato non conforme diventa così uno spazio privilegiato per osservare le tensioni profonde dell’arte contemporanea.
Negli anni Sessanta, con Anatomia del tabù, questa messa in discussione si radicalizza nella Vienna del Wiener Aktionismus di Günter Brus e Hermann Nitsch, quando il corpo smette di essere soltanto oggetto della rappresentazione per diventare campo di battaglia, strumento di conoscenza e luogo di rituali estremi, mettendo in crisi le categorie tradizionali di forma, gusto e contemplazione.
Negli anni Settanta, Kitsch e modernità sposta l’attenzione sulla crisi delle gerarchie estetiche e sull’ingresso del quotidiano, del consumo e dello scarto nell’arte: attraverso artisti come Claes Oldenburg e Robert Rauschenberg, il kitsch e l’oggetto comune diventano strumenti capaci di confondere alto e basso, autenticità e artificio, mettendo in discussione l’idea stessa di valore estetico.
Gli anni Ottanta, affrontati in Piacere e morte, introducono una tensione più drammatica tra edonismo e mortalità, piacere e dolore, consumo e perdita: il camp e il kitsch diventano strumenti di seduzione ma anche di critica, mentre artisti come Jeff Koons, Robert Mapplethorpe, Félix González-Torres, Keith Haring e Christian Boltanski affrontano attraverso il corpo, il desiderio, l’AIDS, la memoria e la morte la trasformazione dell’esperienza privata in consapevolezza collettiva.
Negli anni Novanta, Regressione e abbietto porta questa ricerca verso una dimensione ancora più radicale, nella quale vulnerabilità, trauma, marginalità e rifiuto delle norme corporee diventano materia estetica: il corpo si trasforma in uno spazio di conflitto e di dissenso, mettendo in crisi ciò che la cultura dominante tende a rimuovere.
Il percorso approda infine agli anni Duemila con Visioni private, quando il rapporto tra corpo, sessualità, identità, intimità e marginalità entra sempre più apertamente nello spazio pubblico: attraverso artisti come Tracey Emin, Cindy Sherman, Nan Goldin e Sarah Lucas, l’esperienza privata diventa materia condivisa e l’arte si trasforma in un laboratorio nel quale sperimentare nuove forme di relazione tra corpo, spazio, desiderio e potere culturale.
Nel suo insieme, la collana segue una trasformazione profonda dello sguardo: dalla messa in discussione dell’idea stessa di bello alla liberazione del corpo, dalla crisi dei tabù alla dissoluzione delle gerarchie estetiche, fino alla progressiva esposizione dell’intimità e del desiderio nello spazio pubblico. Queer e Arte racconta così non soltanto una storia dell’arte contemporanea, ma una trasformazione culturale più ampia, mostrando come ciò che è stato considerato marginale, osceno, privato o non conforme abbia progressivamente conquistato uno spazio centrale nella nostra capacità di guardare il corpo, il desiderio e la società.
Queer e Danza












Queer e Danza attraversa la storia della danza e della cultura queer dagli anni Sessanta agli anni Duemila, seguendo il modo in cui corpi, identità, comunità e linguaggi coreografici hanno progressivamente conquistato spazio nella scena artistica e nella società.
Il percorso prende avvio dagli anni Sessanta, da un lato con la nascita della ballroom culture, delle Houses e delle comunità che, nei margini urbani, trasformano la necessità di protezione e appartenenza in forme di espressione, ritualità, stile e competizione; dall’altro con figure come Lindsay Kemp e Stere Popescu, attraverso le quali lo sguardo si sposta dalla cultura underground alla scena teatrale ufficiale, interrogando il rapporto tra identità queer, creatività e rappresentazione.
Negli anni Settanta il percorso segue un doppio movimento tra strada e palcoscenico: nei club, nelle ballroom e nelle Houses, la comunità queer afroamericana e latinoamericana dà forma al waacking, trasformando il corpo in linguaggio, gesto e spettacolo attraverso la personalità di Tyrone Proctor; nei teatri, i Les Ballets Trockadero portano invece camp, teatralità ed estro personale dentro la tradizione del balletto, mettendo in crisi i codici di genere e il rapporto tra tecnica, identità e performance.
Gli anni Ottanta segnano un ulteriore passaggio verso una danza capace di confrontarsi direttamente con il corpo, la sessualità, i ruoli di genere e le trasformazioni sociali. Con Lloyd Newson e i DV8 Physical Theatre, la fisicità diventa strumento per rendere visibili conflitti interiori, vulnerabilità, identità sessuale e dinamiche sociali, dissolvendo i confini tra danza, teatro e performance. Con Michel Clarke, la coreografia si confronta invece con la teatralità, il desiderio e la rappresentazione del corpo, in una ricerca in cui la dimensione autobiografica e quella performativa contribuiscono a mettere in crisi i codici tradizionali della danza. Con Lea Anderson, attraverso le compagnie The Cholmondeleys e The Featherstonehaughs, la coreografia diventa uno spazio per interrogare e superare le convenzioni legate ai generi e alla rappresentazione dei corpi; con Matthew Bourne, infine, la tradizione viene desacralizzata attraverso una forte teatralità e la rilettura di balletti classici e forme dello spettacolo popolare, mostrando come la danza possa appropriarsi della tradizione per trasformarla dall’interno.
Negli anni Novanta il percorso approda al voguing, seguendone le radici nelle dragball degli anni Sessanta e la successiva evoluzione attraverso la cultura urbana, la moda, la musica e la cultura pop, con particolare attenzione alla figura di Willi Ninja e alla capacità di questa danza di trasformare stile, identità e presenza scenica in un linguaggio riconoscibile della cultura queer contemporanea.
Con gli anni Duemila lo sguardo si sposta infine sull’Italia e, in particolare, su Torino, utilizzando il microcosmo della scena coreografica torinese come osservatorio di un contesto più ampio: attraverso figure come Raphael Bianco e Paolo Mohovich, la danza contemporanea diventa occasione per interrogare l’identità culturale italiana, il rapporto con il pubblico e le difficoltà che ancora condizionano l’evoluzione della scena e della sua ricezione.
La collana racconta quindi una trasformazione che procede dai margini alla scena, dalla comunità al riconoscimento pubblico, dalla ballroom al teatro, dalla cultura underground alla cultura mainstream: una storia nella quale la danza non è soltanto una pratica estetica, ma diventa progressivamente uno strumento per costruire identità, mettere in discussione i ruoli di genere, rendere visibili corpi e desideri e trasformare la relazione tra individuo, comunità e società.
Queer e Teatro






Queer e Teatro attraversa la storia del teatro italiano dal secondo Novecento al contemporaneo, seguendo la progressiva trasformazione della scena in uno spazio di libertà, conflitto, desiderio e ridefinizione dell’identità.
Il percorso prende avvio dagli anni Sessanta, quando il teatro politico e sperimentale di Dario Fo e Pier Paolo Pasolini rompe le convenzioni della rappresentazione e mette in discussione il rapporto tra linguaggio, potere e società, mentre la figura di Paolo Poli introduce nella scena italiana una libertà radicale, camp, ironica e profondamente personale, capace di fare del travestimento, della parodia, dell’eccesso e dell’ambiguità strumenti non soltanto estetici ma politici.
Negli anni Settanta questa frattura si amplia: i gruppi teatrali di base portano il teatro fuori dai luoghi istituzionali e affrontano nelle strade le contraddizioni quotidiane legate a sesso, famiglia e lavoro; il teatro femminista di La Maddalena e del Centro femminista di Padova trasforma il corpo in uno strumento di rivendicazione e sperimentazione culturale. In questo clima emergono esperienze radicalmente queer come quelle di Ciro Cascina, che porta nella scena e nei locali gay napoletani la tradizione dei femminielli, il travestimento, il camp e la comicità come forme di affermazione politica; di Mario Mieli, attivista, performer e teorico che porta l’eros e la liberazione dei ruoli sociali nelle piazze, nei festival, nella televisione e nei teatri; delle Pumitrozzole, con il loro cabaret politico-surrealista e underground; e di Alfredo Cohen, capace di unire teatro politico, canzone, memoria popolare e rappresentazione della “mezzafemmena”, opponendosi all’omologazione e costruendo una nuova visibilità per le soggettività omosessuali.
Negli anni Ottanta la ricerca si sposta verso una drammaturgia più strutturata ma non meno radicale: con Enzo Moscato e Annibale Ruccello la marginalità, l’identità, il corpo, la memoria e la lingua diventano materia di una scrittura teatrale fortemente contaminata, ironica e autobiografica, nella quale il dialetto, il grottesco e la deformazione della realtà permettono di dare voce a soggettività e mondi esclusi dalla rappresentazione dominante.
Gli anni Novanta segnano quindi una nuova frattura: il teatro dell’immagine si contamina con il videoclip, i media digitali e i linguaggi visivi, mentre le estetiche postmoderne producono forme narrative ibride e sempre più emotive; sullo sfondo si impone la tragedia dell’AIDS, che riporta il corpo al centro della scena come luogo fragile ma anche politico e collettivo. Angels in America di Tony Kushner diventa in questo passaggio un’opera emblematica, capace di intrecciare realismo, visioni, storia politica e spiritualità queer e di trasformare la malattia, la perdita e la memoria in una grande riflessione sulla possibilità di continuare a immaginare il futuro.
Con gli anni Duemila il teatro italiano entra in una fase di forte sperimentazione e contaminazione: gruppi indipendenti, centri sociali e residenze creative elaborano nuove drammaturgie dello spazio, della luce e del corpo, mentre esperienze come Anagoor, Santasangre, Città di Ebla e Muta Imago fanno della scena un laboratorio di linguaggi e poetiche. In questo panorama si collocano Emma Dante e Vuccirìa Teatro, che portano al centro della scena personaggi marginali, famiglie disgregate, corpi, sessualità e identità non conformi: da Mishelle di Sant’Oliva a Le Pulle, il teatro di Dante attraversa il grottesco, la poesia e la denuncia sociale, mentre Vuccirìa Teatro esplora, attraverso spettacoli come Io, mai niente con nessuno avevo fatto e Battuage, il rapporto tra esperienza personale, genere, sessualità e marginalità.
La collana segue così un lungo processo di trasformazione: dal teatro che mette in discussione il potere, al teatro che mette in discussione il corpo. Dal travestimento come gesto di libertà alla costruzione di nuove identità, dalla marginalità come condizione imposta alla marginalità come luogo di produzione culturale. Una storia nella quale il teatro smette progressivamente di essere neutro e diventa uno spazio in cui il corpo può parlare, il desiderio può essere rappresentato e ciò che la società tende a escludere può finalmente occupare il centro della scena.
Figure dell’umano






Figure dell’umano è un percorso critico attraverso l’arte moderna e contemporanea che indaga l’essere umano non come semplice soggetto della rappresentazione, ma come misura, costruzione, linguaggio e forma di conoscenza.
Il primo volume, Dal mito alla modernità, attraversa la pittura europea tra Otto e Novecento osservando come il corpo, il gesto, la postura e la presenza nello spazio diventino strumenti attraverso cui l’artista interpreta il proprio tempo: da Edgar Degas a Pierre-Auguste Renoir, da Amedeo Modigliani a Carlo Carrà, fino a Tamara de Lempicka e Peter Paul Rubens, la figura umana emerge come luogo di tensione tra interiorità e mondo, memoria e trasformazione, tradizione e modernità.
Il secondo volume, L’umano esposto, porta la ricerca nell’arte contemporanea e affronta il corpo come luogo di identità, vulnerabilità e tensione simbolica: Shirin Neshat mette in relazione individuo e società attraverso immagini e video di forte intensità poetica; Robert Mapplethorpe trasforma anatomia, desiderio e provocazione in una rigorosa ricerca formale; Fang Lijun, Avish Khebrehzadeh, Kim Yeon ed Esther Nienhuis sviluppano differenti possibilità di rappresentare l’umano attraverso pittura, disegno, animazione e scultura, mostrando il corpo e l’immagine come strumenti di introspezione, resistenza e dialogo tra dimensione interiore ed esterna.
Il terzo volume, L’umano come simulacro, affronta invece il corpo come costruzione fragile e stratificata, come traccia di memoria, esperienza e relazione sociale: dalla poetica sospesa di Berruti, che restituisce la figura dell’infanzia e dell’umano in bilico tra innocenza e percezione, alle geometrie quotidiane e simboliche di Stefano Cumìa, fino a Christian Boltanski, che dissolve la presenza nei materiali della memoria, nelle fotografie e negli oggetti, e a Franko B., che riporta l’umano alla sua dimensione più viscerale attraverso sangue, performance e materia, il corpo appare contemporaneamente assente e presente, fragile e potente, individuale e collettivo.
Il quarto volume, L’umano come linguaggio, compie un ulteriore passaggio: l’umano non è più soltanto qualcosa da rappresentare, ma diventa un sistema di segni, strutture, processi e relazioni attraverso cui l’arte interpreta l’esperienza, il tempo e la vita. Dalla pittura concettuale di Roy Lichtenstein e Gerhard Richter alla parola e allo spazio di Lawrence Weiner, fino alla tensione vitale di Damien Hirst e alla ricerca dei Santissimi, l’opera viene considerata come dispositivo capace di attivare percezioni e connessioni: il corpo diventa processo, la materia diventa dispositivo di senso e l’immagine lascia progressivamente il posto alla costruzione di significati.
Il quinto e conclusivo volume, Lo sguardo sul reale, riporta infine l’attenzione sul rapporto tra figura e realtà, attraverso la fotografia e l’immagine come strumenti critici: Robert Capa, Werner Bischof, Stanley Kubrick, Robert Wilson, Robert Doisneau ed Elliott Erwitt sviluppano modalità differenti di osservare e tradurre il mondo, dall’evento storico al volto, dalla costruzione rigorosa dell’immagine alla dimensione teatrale e dalla vita urbana alla sua componente più intima e ironica. La fotografia non viene intesa soltanto come testimonianza, ma come metodo di conoscenza: l’immagine non si limita a descrivere il reale, lo interroga e lo espone nella sua complessità.
Figure dell’umano costruisce così un percorso che va dalla figura allo sguardo, attraversando il corpo come presenza, esposizione, memoria, simulacro e linguaggio: cinque prospettive diverse attraverso le quali l’arte moderna e contemporanea diventa uno strumento per interrogare ciò che significa essere umani. L’umano, alla fine del percorso, non è più soltanto ciò che l’opera rappresenta, ma ciò che l’opera ci costringe a guardare, interpretare e comprendere.
Coreografi contemporanei



Coreografi Contemporanei è una collana dedicata ai protagonisti della coreografia contemporanea internazionale e nasce con l’obiettivo di offrire strumenti critici accessibili ma rigorosi per comprendere i diversi linguaggi della danza di oggi. Ogni volume parte dal percorso di un coreografo o di una compagnia per indagare non soltanto le opere, ma anche i processi creativi, le tensioni culturali e le urgenze artistiche che attraversano la scena contemporanea, osservando la danza come pratica viva, fisica e culturale, capace di riflettere le trasformazioni della società.
Il primo volume è dedicato a Hofesh Shechter, una delle voci più radicali e riconoscibili della danza contemporanea, coreografo, musicista e performer che ha costruito un linguaggio fisico e sonoro nel quale il movimento diventa esperienza collettiva, il palcoscenico campo di tensione e lo spettacolo una sorta di rito contemporaneo. L’analisi del suo lavoro attraversa il rapporto tra corpo, musica, spazio scenico, luce e pubblico, leggendo le sue opere come dispositivi sensoriali e politici capaci di riflettere le dinamiche del potere, del gruppo e dell’individuo nella società contemporanea.
Il secondo volume segue il percorso di Sidi Larbi Cherkaoui, dalla formazione tra Belgio e Marocco alla fondazione di Eastman e alla direzione del Royal Ballet of Flanders, mettendo in luce l’evoluzione di un linguaggio coreografico ibrido, costruito attraverso l’incontro fra culture, tecniche e discipline differenti. Nel suo lavoro il gesto, lo spazio e la musica diventano strumenti attraverso i quali il corpo si fa medium di pensiero, emozione e dialogo interculturale, trasformando la coreografia in un laboratorio di relazione, presenza e innovazione.
Il terzo volume sposta lo sguardo sulla scena italiana e sul lavoro di EgriBiancoDanza, ripercorrendo in particolare il periodo 2013–2018, decisivo per la definizione della poetica coreografica di Raphael Bianco. Attraverso creazioni come Persona, Nowhere?, Orlando, Faust e Showcase, il volume indaga il corpo come spazio di pensiero, relazione e coscienza, mettendo in evidenza il dialogo costante tra gesto, scena e spettatore. La ricerca della compagnia emerge come un percorso fondato sulla partecipazione del pubblico e sulla contaminazione tra danza, musica, arti visive e letteratura, nel quale la rilettura del mito e dei classici, la riflessione sulla condizione umana e la formazione dei danzatori concorrono a costruire una visione coreografica coerente ma in continua trasformazione.
Tre modalità profondamente diverse di intendere la coreografia contemporanea: la dimensione fisica, rituale e politica di Shechter; quella interculturale, relazionale e multidisciplinare di Cherkaoui; e quella di Bianco, fondata sul dialogo tra corpo, pensiero, memoria, arti e partecipazione. La danza viene così osservata non come semplice spettacolo, ma come forma di conoscenza e di esperienza, nella quale il corpo diventa uno strumento per interrogare il presente, costruire relazioni e dare forma alle tensioni individuali e collettive del nostro tempo.

