Girolamo Lucania | Parsec Teatro | ph Ivo Milan 2012

In un’epoca dominata dall’isolamento virtuale e dalla frammentazione dei legami sociali, esiste ancora uno spazio capace di farsi comunità e riscoprire il valore antropologico dell’incontro. Quel luogo è il teatro contemporaneo, inteso non come mero intrattenimento estetico ma come rito collettivo e specchio critico del presente.

Intervista

Questo stare insieme a televisione spenta oggi non esiste. Ma lo cerco costantemente nelle nostre opere, e nei lavori che scegliamo. Oggi  viviamo al limitare di una solitudine corporea e visiva che sta ridefinendo la socialità umana. Mancando un’idea comune di stare insieme, un progetto collettivo, attorno a noi imperversa la violenza verbale, l’ignoranza, e l’orgoglio dell’ignoranza, e il senso frustrante dell’eterno. Credo, e perdonami la generalizzazione, che la nostra generazione di 30/40enni viva un difficile distacco dall’adolescenza, e dunque sia inadeguata all’insegnamento e all’educazione.

​Per questo le nuovissime generazioni non faranno altro che alimentare l’annientamento della comunità reale, a favore di una comunità virtuale o violenta dove tutto è più semplice, ma egocentrico. Il teatro dunque può tornare a farsi comunità, ricercando linguaggi e ricreando forti legami fra spettatori e attori, e fra gli spettatori stessi.

​R. Conobbi Visniec quando iniziai a fare teatro, circa 10 anni fa. Il primo testo che vidi in scena fu proprio il Teatro Decomposto, o L’Uomo pattumiera. Quindi tutto parte da un amore per la sua opera e per il teatro dell’est europa in genere. Ciò che mi colpì in particolare furono due cose. La prima, è il suo sguardo: la visione che un cittadino rumeno della dittatura comunista di Ceausescu aveva dell’Occidente. La sua riflessione, una volta a Parigi, fu: la vostra libertà, il vostro privilegio, produce solitudine. Un paradosso, ma lucidissimo. La seconda cosa, è il linguaggio scelto per raccontare questa visione: la decomposizione del teatro, e quella piccola indicazione iniziale: prova a ricomporre ciò che si è rotto. Visniec ossia cercava di stimolare il recupero della comunità attraverso i cocci di uno specchio. In generale poi, Visniec è un autore di grande intelligenza e ironia. La nostra intenzione è senz’altro quella di esplorare ancora l’autore il prossimo anno con un testo nuovo per l’Italia che si ricollega al tema che abbiamo esplorato in Blatte.

D. Ponticelli | L’incontro con la grafic novel e la volontà di portarlo in scena.

D. Hikikomori e nichilismo. Quale può essere il motivo se una grande percentuale di giovani, come Alex, preferisce vivere, nella società odierna, una vita virtuale e non una reale?
​
R.
Domanda complessa, difficile rispondere in poche righe. Carla Ricci, una studiosa del fenomeno che vive a Tokio, descrive gli Hikikomori come “corpi sovversivi”, “inconsapevoli”. Ossia, attuatori di una rivoluzione di cui non si rendono conto. La pressione sociale che vivono le nuove generazioni, la perdita totale di punti di riferimento, unita a una libertà pressoché assoluta e allo stesso tempo alle infinite possibilità del mondo virtuale, creano di fatto un grande senso di inadeguatezza.

​Ma c’è da dire che la storia dell’uomo parla di continue rinascite. Siamo di fronte a un processo socio-culturale di grandi proporzioni. Nel presente sono intuibili centinaia di possibili futuri distopici, tanto che – a mio avviso – si può parlare di presente distopico.

D. Blatte | All’interno della storia, l’insetto assume vari significati quante sono le metafore di cui è portatore. Quale, secondo te, il significato con le valenze più forti?


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