
Lei è una dei 75 performers che hanno partecipato ad Altissima Povertà. Partitura coreografica ideata da Virgilio Sieni per la città di Torino. Il progetto, curato da La Piattaforma, si ispira al racconto biblico quale indagine sull’umano: un’archeologia del gesto che indaga la natura e l’origine del movimento. Una comunità del gesto con l’intento di creare un luogo dove il corpo si apre a sguardi, vicinanze e sostegni.
Scopriamo adesso, attraverso le parole e le sensazioni di una non professionista, scopo ed esperienze della danza di Virgilio Sieni.
Intervista
D. Nome | Cognome | Professione
R. Elisa De Luca. Insegnante
D. Come hai saputo dell’evento?
R. Ho saputo dell’evento grazie ad un amico che lavora nel settore.
D. La tua idea prima dello spettacolo?
R. Non avevo un’idea ben chiara del progetto e questo, per certi versi mi impauriva e, per altri, mi incuriosiva. Lavorare col corpo è stato sempre un mio “limite”.
D. Le prove. Persone, sacrificio, condivisione. Ognuno “dipendeva” dall’altro. Cosa hai imparato umanamente?
R. Le prove sono state faticose ma ad ogni incontro costruttive. La coreografia prevedeva un’intimità umana fra i corpi, una solidarietà del movimento che si è raggiunta in modo graduale nel corso degli incontri. Ed è proprio questa solidarietà, questo sostenersi l’un l’altro, che mi hanno colpito profondamente. Oltre ad aver imparato a sentire il mio corpo.
D. Andare in scena. Quale differenza hai percepito fra il lavoro in sala e l incontro con il pubblico?
R. Chiaramente la percezione dello spettacolo si è amplificata. Intanto siamo passati dal nostro microcosmo di 8 persone ad un macrocosmo formato da 75 performers. La location già suggestiva di suo, nonché la partecipazione di Roberto Cecchetto che con la sua chitarra ha fatto vibrare le fibre di ognuno di noi, hanno fatto il resto. Il pubblico si è piacevolmente lasciato coinvolgere da questa “inusuale” mostra di quadri umani in movimento. E a fine spettacolo mi è sembrato di scorgere più di qualche paio di occhi lucidi..
D. Che idea avevi della danza e cosa hai scoperto sulla danza di comunità dopo questa esperienza?
R. A dire il vero la danza non è mai stata una mia grande passione, almeno finora. Grazie a questo progetto ho scoperto che dovevo solo imparare a conoscerla, a sentirla. La danza di comunità è una sorta di terapia contro il cinico individualismo di tutti i giorni. È stato molto toccante constatare come persone fino a quel momento sconosciute, iniziassero ad interagire tra loro come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il grande senso di umanità creatosi lo porterò sempre dentro di me.


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